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Yama

Yama

Yama, che cosa sono?

Il primo degli ashtanga, gli otto stadi dello yoga, come descritto da Patanjali nei suoi Yoga Sutra, sono gli yama.

Yama deriva dal sanscrito yam che significacontrollare” e indica i principi etici riguardanti il comportamento e la condotta morale dell’individuo.
Gli yama secondo Patanjali possono venire compresi e praticati al livello dell’azione, della parola e dell’intenzione. Questi tre livelli vanno dal più materiale al più metafisico, dal più terreno al più aulico, dal più basso al più alto. Per coltivare i principi morali è buona norma partire dal basso, agendo sul livello dell’azione. Con la pratica poi si rifletterà sul piano prima della parola e poi dell’intenzione.

Gli Yama come inizio e fine del percorso

Gli yama possono essere visti come l’inizio del percorso del praticante, ma in verità sono anche la sua fine. Il raggiungimento della perfezione in uno qualsiasi di questi precetti significa aver realizzato l’Unità, la vera essenza della natura dell’uomo e dell’universo. Non a caso i precetti etici e morali sono legati indissolubilmente gli uni agli altri, non si può ad esempio coltivare Satya (verità) mentre si rompe Asteya (non rubare)!

Per questo, come viene descritto nell’articolo sugli Yoga Sutra di Patanjali, la traduzione di ashtanga come “gli otto stadi dello Yoga”, anche se intuitiva e chiara, non è del tutto corretta. Ashtanga infatti può essere anche tradotto come “gli otto arti dello yoga”, intesi come le sue braccia e le sue gambe. Questa definizione è sicuramente più appropriata per capire meglio il carattere organico della struttura dello yoga.

Ganesh

Gli yama sono cinque:

1-Ahimsa
2-Satya
3-Asteya
4-Brahmacharya
5-Aparigraha

Shiva

Ahimsa (non violenza)

La parola sanscrita ahimsa significa letteralmente “non violenza” (da himsa “violenza” e dal prefisso a- che indica una negazione).

La violenza verso gli altri, o verso sé stessi, deriva dalla paura per la propria salvaguardia personale o dal timore di perdere le proprie cose o i propri cari. Tutte le paure dell’uomo possono essere infatti ricondotte, in ultima istanza, ad un’unica, archetipica paura primordiale: la paura della morte, la paura della non esistenza. È la paura della morte a motivare il resto delle paure. Se questa cessa, anche le paure minori, come ad esempio quella di perdere il cellulare o di venire abbandonati dal proprio partner, perdono di importanza e di intensità.

Secondo Patanjali, qualsiasi paura deriva dal fatto che l’individuo crede falsamente di essere un’entità separata dal Tutto e quindi di essere limitato. In questa illusione l’uomo è convinto di essere (o si identifica con) il corpo e, a causa di questa falsa credenza, ha paura della morte; dalla quale poi derivano tutto il resto delle paure. La violenza si genera come tentativo (vano) di salvaguardare la propria vita e, per estensione, ciò che si possiede. Se si è già tutto, invece, nulla può essere perso e non esiste niente da difendere!

Consigli per mettere in pratica ahimsa

Come scrive Patanjali, si può essere violenti su tre distinti livelli: quello delle azioni, delle parole e delle intenzioni. La pratica che ti suggerisco per coltivare una attitudine non violenta, oltre ai consigli più scontati come il non aggredire fisicamente o il non mangiare altri esseri viventi, è quella di prestare attenzione ai tuoi modi abituali. Giudichi gli altri? Ne parli male con pettegolezzi? Hai pensieri violenti verso gli altri o verso te stesso? Queste forme sottili di violenza sono più comuni della aggressione fisica. Prova a diminuire progressivamente questi comportamenti e attitudini.

Ahimsa

Satya (verità)

La parola satya in sanscrito significa “verità”. Il praticante sul percorso verso l’Unità è tenuto a essere sincero nelle azioni, nelle parole e nella mente, aspirando sempre ad agire con amore e buone intenzioni, mantenendosi in armonia con la verità che risiede dentro sé stessi (in fondo a noi sappiamo sempre qual è la scelta giusta!).

Dire la verità è un aspetto molto importante di satya: non mentire, non trarre in inganno gli altri, non dare informazioni tendenziose, non raccontare mezze verità, non fingere di conoscere qualcosa che invece non si conosce. Quando si avanza nella pratica di satya bisogna essere sinceri con sé stessi e capire se le intenzioni che muovono le nostre azioni nascano effettivamente dal profondo del cuore.

Consigli per mettere in pratica Satya

Alla fine della giornata domandati: “Tutte le mie azioni e le parole di oggi sono state sincere e veritiere?”. Poi valutane onestamente il risultato. In questo modo potrai gradualmente purificare le tendenze disoneste della mente, diventare puro nell’intenzione, nelle parole e nel comportamento.

Asteya (non rubare)

La parola asteya (da steya “rubare” e dal prefisso a- che indica una negazione) designa il principio morale del non rubare. Rubare, secondo Patanjali, significa prendere qualcosa che non ti appartiene o che non ti è stato donato liberamente.
Gli esempi a riguardo possono essere molteplici: dal prendere dal frigo il latte della tua coinquilina senza chiedere il permesso, al prendersi il merito di qualcosa che non si è fatto. La volontà di sottrarre gli oggetti, le capacità o gli attributi di un altro ha le sue radici nella gelosia, nella competizione, nel desiderio di possedere, nel senso di insicurezza, dalla sensazione di non avere abbastanza. Il vero aspirante nel viaggio dello yoga non prenderà mai niente senza il diretto permesso del suo legittimo proprietario. Per molte persone non è pensabile rubare ciò che appartiene ad altri, ma anche loro potrebbero avere il desiderio di possedere il bell’aspetto, il bel compagno o lo status sociale di un’altra persona. Tutto questo deriva dalla tendenza che l’uomo ha di giudicare ed è proprio questa attitudine mentale ciò che crea il desiderio di rubare!

Nel coltivare asteya, purifichi le azioni e le emozioni che nascono dalla gelosia. Smettendo di rubare quindi, anche i pensieri ossessivi dovuti all’invida perderanno gradualmente di importanza e intensità.

Asteya

Consigli per mettere in pratica Asteya

Osserva ciò che prendi e che non ti appartiene. Ovviamente non parlo soltanto dei beni materiali ma anche di beni più astratti appartenenti ad altri, come il tempo o le idee. Stai rubando tempo alle altre persone? Stai facendo passare per tua una idea che ha avuto un altro?

Brahmacharya (auto ritenzione)

Il concetto di brahmacharya può essere compreso in diversi modi. Brahma è il Supremo assoluto, il puro oceano della Consapevolezza, charya significa “azioni esterne di adorazione”, perciò brahmacharya significa letteralmente “venerare l’Assoluto”.
Viene comunemente tradotto anche con il termine “astinenza sessuale”. La parte più importante della pratica di Brahmacharya infatti consiste nell’imparare a controllare l’energia sessuale. Le vie e i metodi per arrivare a questo controllo sono molteplici. La non dispersione dell’energia sessuale (il seme per l’uomo e il sangue mestruale per la donna), secondo Patanjali, fa acquisire un indomabile coraggio, energia e vigore, che sono tutte doti necessarie per poter andare a fondo nella pratica dello yoga.

Consigli per mettere in pratica Brahmacharya

Per cominciare a coltivare un’attitudine di auto-controllo, puoi cercare di non indulgere nel dormire troppo, nel mangiare troppo e nell’essere eccessivamente stimolato nei sensi: questo accrescerà il controllo sui tuoi impulsi e ti avvierà sulla strada del controllo delle energie sessuali da un punto di vista fisico, mentale e delle intenzioni.

Brahmacharya

Aparigraha (non avarizia)

In sanscrito graha significa “afferrare” e pari significa “tutto attorno”, quindi letteralmente aparigraha può essere tradotto come “non afferrare tutto ciò che ti sta attorno”.

La pratica di aparigraha consiste nel cercare di vivere una vita semplice, prendendo ed utilizzando solo ciò di cui si ha bisogno. Questo non consiste nel rinunciare completamente a tutti i beni terreni e diventare un mendicante, ma significa semplicemente non accumulare cose di cui non si ha bisogno. Il non attaccamento non deve essere coltivato solo a livello materiale, ma anche per le persone, le idee e i comportamenti abituali. L’esercizio di aparigraha induce il praticante a mantenere un comportamento modesto ed onesto, semplificandone immensamente la vita. Chi ha poco e ha bisogno di poco, non ha molte preoccupazioni!

Consigli per mettere in pratica Aparigraha

Analizza i tuoi possedimenti materiali e seleziona solo ciò di cui hai veramente bisogno, donando ciò che non ti serve. Cerca di non controllare e di non essere manipolativo nelle relazioni interpersonali. Ricorda ogni sera a te stesso che sei nato nudo e che morirai nudo, le cose che possiedi sono in prestito: le userai per il tempo necessario che ti serviranno e poi, volente o nolente, le dovrai lasciare andare.

Adesso che conosci gli Yama, prosegui verso la prossima tappa secondo il testo degli Yoga Sutra: gli Niyama!

Articolo originale pubblicato il 28/03/2016, aggiornato il 12/06/2017.

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3 Commenti su "Yama"

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Ospite
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Daniele Valabrega
Ospite
Daniele Valabrega

Prove scientifiche del funzionamento di Yoga e Medicina Ayurvedica: chi sa dare degli esempi?

Adrin
Admin
Ciao Daniele, riguardo allo Yoga sono stati fatti veramente molti studi scientifici e come sempre la conclusione finale dipende molto da chi gli ha finanziati…. a quale aspetto dello Yoga sei più interessato? Alle asana o alla meditazione? Ad esempio, in questo articolo https://www.ilgiornaledelloyoga.it/yoga-in-gravidanza Shakti Pestolioso mette il link a ben 4 studi scientifici (di cui uno di Harvard) ma sono tutti in inglese. Il mio consiglio è di provare a fare Yoga e, dopo qualche mese di pratica, giudicare personalmente se ti senti meglio oppure no. Provare su se stessi è il migliore esperimento che si possa fare riguardo… Continua a leggere »
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