Select Page

Il Sāmkhya in rapporto allo Yoga

Il Sāmkhya in rapporto allo Yoga

Si dice che non si può praticare Yoga senza sapere qualcosa del Sāṃkhya, quantomeno cos’è e perché è così importante. Sono stati scritti diversi libri sull’argomento, e certo non potrò essere esaustiva con un breve articolo come questo, che vuole essere soltanto uno spunto, un’infarinatura, dopodiché starà a voi approfondire il tema.

Se posso darvi un consiglio, per approfondire l’argomento leggete il libro “Samkhyakarika. La dottrina fondamentale dello yoga sutra“, a cura di Massimo Vinti e Piera Scarabelli. Entrambi i curatori insegnano il testo Yoga Sūtra nella scuola di formazione insegnanti della Federazione Italiana Yoga di Milano.

Ma andiamo per gradi.

Cos’è il Sāmkhya?

Composte di settantadue strofe, le “Sāṃkhyakārikā” di Īśvara Kṛṣṇa, che possiamo tradurre più o meno con le parole “raccolta di insegnamenti”, costituiscono un testo antichissimo che è stato elaborato dal saggio Kapila, già citato nella Śvetāśvatara Upaniṣad. Le prime notizie storiche si collocano intorno al IV e V secolo d.C.

Questo testo è a dir poco fondamentale per gli indiani e dovrebbe esserlo per tutti i praticanti e gli studiosi dello Yoga, per cercare di capire che cosa stiamo facendo. Perché lo Yoga, per chi non lo sapesse, si basa sul Sāṃkhya.

André Padoux, il più grande esperto di tantrismo in Europa, nel suo libro “Tantra”, definisce il Sāṃkhya come “descrizione classificatrice dell’universo”, quindi  sistema filosofico, un elenco per descrivere com’è fatto il mondo, di cosa è composto e come funziona l’universo.

Ma qual è lo scopo, l’insegnamento che vorrebbe tramandarci il Sāṃkhya?

Kapila Samkhya

Lo scopo del Sāmkhya

La maniera migliore per capire quale sia lo scopo del Sāṃkhyakārikā è commentare direttamente le sue strofe.

Prima strofa delle “Sāṃkhyakārikā”

Il desiderio di conoscere i mezzi (idonei) a rimuovere la sofferenza (duḥkha), che è di tre generi, nasce dagli effetti negativi che questa arreca; e se si dicesse che tale ricerca è superflua, in quanto esisterebbero già dei mezzi conosciuti adatti allo scopo, bisognerebbe rispondere che non è così, in quanto essi non eliminano la sofferenza in modo certo e definitivo.

Sāṃkhyakārikā

Antico Testo Yogico

Lo scopo del Sāṃkhya è di aiutarci a trovare, attraverso i suoi insegnamenti, un modo definitivo per liberarci dalle sofferenze. Il Sāṃkhya descrive com’è fatta la natura, di quali elementi è composta, descrivendoli dal più sottile al meno sottile.

Secondo questo antico testo, la fisiologia umana è classificata in diverse parti:

  • bhuta, i cinque elementi
  • jñānendriya, i cinque organi di senso che ci permettono di acquisire la conoscenza delle cose
  • karmendriya, i cinque organi motori, tutto ciò che ci permette di compiere le azioni
  • tanmatra, le cinque modalità esperienziali, sempre legate alla nostra capacità di venire a contatto con le cose del mondo
  • manas, la mente, che ci permette di percepire il mondo esterno, proprio attraverso i sensi, ma anche di percepire il nostro mondo interiore.

Il Sāṃkhya va letto dal basso verso l’alto, ripercorrendo la via della coscienza a ritroso, per riconoscere tutti gli elementi che compongono l’universo, perché si basa sull’esperienza materiale.

Dal basso verso l'alto

Perciò, dopo bhuta, jñānendriya, karmendriya, tanmatra e manas, a salire troviamo ahaṃkāra, il senso si Sé, quello che conosciamo come “Io”, per giungere a buddhi, l’intelletto, che ci porta ancora più in alto, a Prakṛti, la natura, o meglio, la materia, il tutto, la matrice. E Prakṛti è composta dai tre guna (tamas, satva e rajas) che devono essere equilibrati per non creare tensione e non prevalere l’uno sull’altro. È lo squilibrio di Prakṛti, infatti, a dar vita a ulteriori tattva che poi originano il tutto.

Ma l’ascesa non finisce qui, perché sull’ultimo scalino troviamo Puruṣa, la coscienza.

Lo yogi intraprende la scalata per imparare a padroneggiare Prakṛti, e per far cessare le fluttuazioni mentali che arrecano sofferenza e che sono frutto di Prakṛti, e non di Puruṣa, che invece è coscienza, e che, se riconosciuta come separata da Prakṛti, non può sentire dolore.

Dharma

Seconda strofa della “Sāṃkhyakārikā”

I mezzi rivelati (dai Veda) sono inefficaci come quelli ordinari, in quanto caratterizzati da impurità, caducità e squilibrio. (A questi mezzi sia rivelati che ordinari,) è preferibile un metodo contrapposto che consiste nella conoscenza discriminante (Vijñāṇa) del manifesto, dell’immanifesto e di colui che conosce.

Sāṃkhyakārikā

Antico Testo Yogico

I mezzi rivelati nei Veda non sono ritenuti sufficienti e definitivi per liberarsi dalla sofferenza, e anche gli dei, infatti, sono limitati ed esposti al Karma e al Saṃsāra.

Il piacere e il dolore esistono solo per mezzo di buddhi, l’intelletto, come immagini riflesse. La sofferenza nasce dal legame di Puruṣa con Prakṛti e il mondo sottile. Sono gli elementi, il mondo, i sensi a provocare il dolore o il piacere, ma l’afflizione di Puruṣa è apparente, è frutto della mente, perché nella coscienza in realtà non c’è questo “sentire”, che deriva soltanto dal contatto con le cose del mondo. Si può azzardare a dire che in realtà la sofferenza non esiste.

L’errore dell’uomo sta nel credere che i problemi si possano risolvere con la ricchezza, che con le cose materiali si possa raggiungere la felicità.

Il Sāṃkhya ha lo scopo di eliminare, in maniera definitiva, le afflizioni e tutto ciò che arreca turbamento, cosa che, come ben sappiamo, è lo scopo primario anche dello Yoga. Controllo della mente e dei sensi per eliminare il dolore, per raggiungere la verità, la comprensione, per liberarsi dall’attaccamento alle cose materiali, a tutto ciò che è effimero e passeggero, per puntare a qualcosa di più alto e infinito, imperituro, immanente: la coscienza. E in questo sistema non abbiamo ancora nominato Dio!

Yoga

Un sistema ateo?

E qui tocchiamo un tasto dolente del Sāṃkhya, perché in questa filosofia, in questo sistema di enumerazione, si parla di cinque elementi, di organi, di sensi, di mente, d’intelletto, di natura e universo, di coscienza.. Insomma, di tutto, ma non di Dio.

Verrebbe da pensare che una volta morto il corpo (e con esso la coscienza) non ci sia più niente, nessun ricongiungimento con il divino. Secondo il Sāṃkhya, la coscienza è separata dalla natura e da tutto il resto. Oltre lo scalino della coscienza non c’è niente, non c’è un essere superiore, qualcuno che decide e governa le cose.
Nel Sāṃkhya sembra esserci un “macchinario” misterioso che dà vita al tutto, ma che non è stato azionato da nessuno. Puruṣa è anche tradotto come anima, spirito, persona, oltre che coscienza. Tutti noi siamo abituati a pensare a un principio creatore, generatore di anime, ma se invece fossimo noi stessi Dio? Se fosse la nostra coscienza a generare tutto quello che vediamo, sentiamo e viviamo?

Nel testo di Vinti e Scarabelli viene fatta una precisazione al riguardo:

“…questo darśana non può essere definito ateista, come qualcuno sostiene, in quanto non nega l’esistenza di Dio (Īśvara), ma sostanzialmente evita di occuparsene, limitandosi a studiare ciò che, eventualmente, da Dio emana, vale a dire il mondo manifestato nel suo aspetto duale; l’accenno più esplicito a tale riguardo è contenuto nel Sāṃkhya Sūtra: – L’esistenza di Īśvara non può essere provata –, con il quale sembra che l’argomento venga chiuso ma senza, per questo, che si prenda posizione nel senso dell’esistenza o della non esistenza di Dio.”

Samkhyakarika. La dottrina fondamentale dello yoga sutra

di Vinti e Scarabelli

Secondo il Sāṃkhya e altri darśana induisti, il mondo non è un’illusione ma ha una realtà oggettiva. Il problema sono le persone, che spesso ne hanno un’immagine distorta e illusoria. Secondo molti, tutto avviene senza un creatore, in maniera naturale; altri credono che sia il tempo il creatore di tutto.

Tempo come creatore

Lo yoga e il sāṃkhya

Sessantaquattresima strofa della “Sāṃkhyakārikā ”

Attraverso la continua meditazione sui (venticinque) tattva si ottiene la conoscenza finale, pura, libera da dubbi o errori; quella conoscenza che realizza che “Io non sono, niente mi appartiene, io non sono (questo corpo).

Sāṃkhyakārikā

Antico Testo Yogico

Il punto è che il Sāṃkhya senza lo Yoga sarebbe arido. Lo Yoga è un atteggiamento da seguire per l’auto perfezionamento. Seguire gli insegnamenti del Sāṃkhya vuol dire imparare ad avere controllo del tutto ed aspirare alla beatitudine, padroneggiando i sensi, ma senza rinunciare ai piaceri della vita, e ambire a un principio spirituale che non è fatto di infinite coscienze, innumerevoli Puruṣa, ma di un’unica realtà intrisa di pace. Con lo Yoga impariamo ad interiorizzare i sensi, ad avere il controllo del nostro corpo, dei nostri organi, per arrivare all’ascolto del sé e della nostra coscienza, altrimenti si chiamerebbe nient’altro che stretching.

Ma la cosa più importante è che il Sāṃkhya ci dà la soluzione per vincere la sofferenza proprio attraverso la meditazione, e quindi lo Yoga. L’attaccamento alle cose materiali, il dolore che proviamo nel corso della vita per i motivi più svariati, non è altro che Puruṣa, la nostra coscienza, che s’illude di star provando davvero quelle sensazioni, legate invece solo al mondo materiale, a Prakṛti.

Meditazione

Quando Puruṣa capisce questo, è in grado di porsi al cospetto del mondo come spettatore, osservando la vita (Prakṛti) muoversi e agire in tutte le sue forme, ma senza farsi coinvolgere davvero, proprio come uno spettatore vive le esperienze guardando una messinscena.

Lo Yoga ci insegna che le fluttuazioni mentali possono essere governate, e così tutti gli elementi. In aggiunta a quello che sostiene Sāṃkhya, secondo alcune visioni, nello Yoga c’è un Dio che controlla e governa, nello stato di samādhi c’è un’identificazione/fusione tra il Sé Personale e il Sé Supremo. Lo yogi, quindi, facendo suo il sistema del Sāṃkhya, riconosce il mondo per quello che è, ottenendo la beatitudine interrompendo il rapporto tra Prakṛti e Puruṣa e riconoscendo la natura illusoria dell’universo.

Nello Śivaismo:

 

…la Realtà Suprema, Śiva, è concepita come pura Coscienza, che si manifesta attraverso la propria potenza, la propria sakti, come la totalità del cosmo, dalla quale è distinta, e che pure contiene: tutto è in Dio. La sakti, potenza illimitata, è la Dea – la sua natura è anche quella della Parola, vāc.

Tantra

di André Padoux

 

Infatti, nello Śivaismo tantrico del Kashmir, per esempio, il Sāṃkhya esiste e viene riconosciuto, ma non c’è divisione tra Prakṛti e Puruṣa, non c’è dualismo, sono uniti, uno dentro l’altro. L’universo, il tutto, è considerato emanazione della coscienza che si riflette come la luce, quindi non ci può essere differenziazione, e il fine ultimo è l’unione con Śiva. Mentre nello Yoga classico c’è l’isolamento di Puruṣa dalla Prakṛti, grazie alla capacità dell’intelletto, di riconoscere la fondamentale differenza tra i due, per interrompere così il fluire delle vṛtti.

Shiva

Conclusioni

La paura più grande dell’uomo è la morte, perché non vorrebbe staccarsi dai piaceri della vita. Ma se impara a raggiungere il giusto distacco da questi piaceri, l’angoscia della morte è vinta e così le sofferenze, tutte figlie della paura per antonomasia.

È l’incapacità dell’uomo di accettare l’impermanenza (anitya), la malattia e la vecchiaia ad arrecargli i più grandi turbamenti. Ed è per questo che la reincarnazione non è vista con accezione positiva, ma anzi, come cosa da cui liberarsi a tutti i costi, perché non c’è nulla di peggio del nascere e dover morire all’infinito.

La meditazione permette di cogliere il tutto per quello che è, con distacco, e questo non vuol dire indifferenza, ma consapevolezza. Esattamente come il concetto di “vuoto” nel buddismo non va inteso come affezione per il nichilismo.

Con la mente calma, tutto diventa chiaro e ogni paura sparisce, ne facciamo esperienza ogni volta che pratichiamo, ed è così che inconsapevolmente attuiamo il Sāṃkhya.

Dire che qui ho spiegato nel dettaglio cosa sia il Sāṃkhya sarebbe una follia. Come sappiamo, lo Yoga non è solo asana e meditazione, ma anche studio, e non si smette mai d’imparare. Spero almeno di aver svegliato in voi il desiderio di approfondire questo tema complesso, ma incredibilmente affascinante.

Summary
Il Sāmkhya in rapporto allo Yoga
Article Name
Il Sāmkhya in rapporto allo Yoga
Description
Si dice che non si può praticare Yoga senza sapere qualcosa del Sāṃkhya, quantomeno cos’è e perché è così importante. Il Samkhya...
Author
Publisher Name
Il giornale dello Yoga
Publisher Logo

About The Author

Dejanira Bada trascorre dieci anni nel mondo della musica come giornalista ed è direttore editoriale del sito www.jaymag.it. Ha iniziato a praticare Yoga con il metodo Sivananda e oggi insegna lo Yoga del respiro e della consapevolezza. Presso Spazioorbita, a Milano, propone lezioni di "Yoga e meditazione sulla musica contemporanea”. Dejanira ha pubblicato il suo primo romanzo "Il silenzio di ieri" a Marzo 2017. Organizza ritiri yoga nel deserto.

Lascia un commento

1 Commento su "Il Sāmkhya in rapporto allo Yoga"

avatar
Ordina dal:   più nuovo | più vecchio | più votato
Ines Federica Tecchiati
Ospite
Ines Federica Tecchiati

Molto interessante, chiara ed evidenzia aspetti specifici fondamentali , seppure da approfondire.. Interessante la distinzione fra aspetti dello hatha Yoga e dello Yoga tantrico guazie

wpDiscuz