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Il concetto di morte in Oriente

Il concetto di morte in Oriente

È difficile parlare di Yoga e non parlare di Dio, anche se lo Yoga non è assolutamente una religione.

Lo Yoga è sempre stato considerato anche un mezzo per comprendere e raggiungere il Brahman, per interrompere il ciclo delle reincarnazioni.

Nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, il Brahman-Ātman è non-paura, che in India diventa anche un mudrā, la postura con il palmo della mano destra rivolto in avanti con cui si rappresentano le divinità indù e buddiste per tranquillizzare il devoto e donargli proprio l’assenza di paura.

Un testo shivaita cita:

“Non lasciare alcunché, non prendere alcunché, quale sia la tua condizione, gioisci.”

Eppure, le persone che vivono in Occidente, difficilmente si avvicinano allo Yoga con l’intenzione di avvicinarsi a Dio o di provare a comprenderlo, o con l’intento di interrompere il ciclo delle rinascite.

S’inizia a praticare perché abbiamo un corso di Yoga sotto casa, perché lo fa la nostra migliore amica, perché è diventato di moda.

Questa disciplina non deve essere insegnata come qualcosa che ha a che fare con Dio. Spesso, infatti, è proprio la parola Dio, Brahman, Assoluto, a far paura, a creare ansia, ad impedire alle persone d’intraprendere un percorso del genere.

Ma è anche vero che grazie allo Yoga si può imparare a gestire meglio l’ineluttabilità dell’esistenza. Perché anche se l’universo è davvero casuale e niente più che caos, chi ormai si trova su questa terra, deve cercare di vivere al meglio questa vita che ci è stata data, anche se non richiesta.

Morte, yoga e occidente

La cultura occidentale e quella orientale sono molto diverse. Nella prima si è molto legati alla vita, ai propri cari. La vita terrena è tutto, e se si sta bene economicamente, si ha una famiglia, un bel lavoro, una bella casa, è difficile immaginare che un giorno si dovrà lasciare tutto questo e senza sapere perché. La morte è vista come qualcosa di violento e assurdo. In Occidente si fa di tutto, infatti, per cercare di vivere a lungo, si pensa alla salute, e si usa lo Yoga per puntare alla longevità, al benessere, per avere una vita sana e per rimandare il più possibile la morte.

Dalla Kathopanisad

  1. Il passaggio all’aldilà non appare chiaro per lo sciocco, stordito, turbato per la passione della ricchezza. Egli pensa: soltanto questo mondo esiste, altri non ve n’è. E così cade sempre di nuovo in mio potere.
  1. Nel mondo celeste non esiste paura: tu non ci sei, né si teme per la vecchiezza. Superate sia la fame sia la sete, vinta l’angoscia, si gode nel mondo dei cieli. 
  1. Quel dubbio che nasce quando un uomo è morto – alcuni infatti dicono: esiste ancora; altri: non esiste più – proprio questo, ammaestrato da te, io vorrei risolvere. Questa è la terza fra le tre grazie.
  1. Non è possibile raggiungere l’Ātman con l’insegnamento e neppure con l’intelletto né con molta dottrina. Lo può ottenere soltanto colui che Esso trasceglie; a costui l’Ātman medesimo rivela la propria essenza.
  1. Chi non s’è staccato dal peccato, non è tranquillo, non è concentrato, non ha la mente serena, non riesce a raggiungerlo con piena conoscenza.

Siddharta divenne asceta perché sconvolto dal dolore, dalla morte, dalla malattia, e la sua verità consiste proprio nel superare l’attaccamento alla vita. Non si può pensare di raggiungere il nirvana rimanendo ancorati al desiderio si sopravvivere alla morte.

La felicità si raggiunge proprio con il non-attaccamento, con l’accettazione della caducità. Tutto è impermanente e vacuo, nulla esiste di per sé.

Questa vita terrena è vista come un passaggio, l’esistenza di ogni individuo deve essere all’insegna del cercare di interrompere il ciclo dei samskara per liberare e ripulire il karma e andare in pace, senza più rinascite.

Molti occidentali non hanno capito questa cosa fondamentale, e vedono la reincarnazione come una cosa positiva, come un’occasione per vivere in eterno infinite vite, e accettano di buon grado di tornare su questa terra, dimostrando, così, di non aver compreso molto la cultura orientale.

Ma non possiamo non tenere conto del fatto che l’imprinting occidentale è di retaggio cattolico, dove viene promesso il paradiso, la Resurrezione. Difficile staccarsi da questo concetto.

Affrontare la paura

Appare chiaro che per tutte le correnti dello Yoga, la fuga dalla paura non è considerata. Nell’antichità era immergendosi nella contemplazione, nella meditazione, che si arrivava alla conoscenza di sé e di qualcosa di superiore. Per i tantrici, era immergendosi in tutti gli aspetti della vita che si poteva raggiungere la comprensione di quello che ci circonda e oltre.

La vera differenza sta nel fatto che nello Spanda, l’Assoluto è vivo e attivo, è vibrazione continua e incessante che tutto attraversa, mentre nel monismo assoluto del tipo del Vedānta, l’Assoluto è immobile, sostanza perfetta, sostrato dell’apparenza.

Sia il sistema duale che quello non-duale, insegnano, però, a guardare in faccia la realtà, imparando a considerarci come parti di un tutto che è già dentro di noi o sopra di noi.

Ma nel Tantra si dice che lo yogin, una volta liberato, non sarà qualcosa che prima non fosse, ma null’altro che la sua stessa intima natura di cui egli era soltanto incapace di prendere coscienza, benché fosse manifesta, per colpa delle costruzioni mentali suscitate dalla presenza di Maya.

Le nostre vite di oggi, invece, soprattutto qui in Occidente, sembrano essere legate soltanto a ciò che riguarda le questioni materiali, a quello che sentono, vedono, toccano i nostri sensi e niente più.

Alcuni, però, avvicinandosi allo Yoga, – ma di certo non solo alle asana – potrebbero iniziare a percepire qualcosa dentro di sé di più grande, utile ad affrontare la paura che spesso ci attanaglia, e che non è altro che paura di vivere, paura di quello che potrebbe esserci o non esserci dopo.

Oggi viviamo evitando di pensare alla morte, cercando di non nominarla, ignorandola. Tutto il nostro sistema è basato sulla distrazione, sul consumo, sul divertimento, nel vivere il qui e ora senza pensare ad altro, ma non certo il qui e ora che insegna la tanto di moda Mindfulness.

Per un occidentale è molto difficile il concetto di vivere il presente e nient’altro, provando a non pensare al passato e al futuro. Ma non pensare a quello che è stato o a quello che sarà, non vuol dire smettere di riflettere sul senso della vita. Porsi domande profonde su se stessi o su quello che potrebbe esserci o non esserci dopo la morte, non deve essere considerato come qualcosa di negativo. Non si può aspettare di essere sul letto di morte per porsi certe domande. Anzi, è proprio questo che spesso fa compiere azioni sbagliate nel corso della vita.

L’infermiera Bronnie Ware, sul suo blog “Unbounded spirit“, ha raccolto le testimonianze di alcuni suoi pazienti malati terminali, ed essi hanno dichiarato che i rimpianti erano molti: dal non aver vissuto la vita che avrebbero voluto, all’aver lavorato troppo, dal non aver mantenuto contatti con gli amici, al non essere stati capaci di esprimere i propri sentimenti.

Evitare di pensare che un giorno moriremo, e non riuscire ad accettare la cosa, può portare a vivere delle vite a metà.

Nessuno sa con certezza cosa ci sia dopo la morte, nessuno, eppure anche chi crede che non ci sia proprio nulla può vivere la propria vita nel migliore dei modi, sentendola come unica e irripetibile, un dono. Perché anche se dovesse esserci Paradiso, Vuoto, Reincarnazione o solo Coscienza, quello che forse è certo è che la vita che stiamo vivendo non la rivivremo mai più, -a meno che non verrà confermata l’esistenza degli Universi Paralleli o dell’Universo Ciclico, ma questa è un’altra storia.

Nello Zhuangzi, uno dei più importanti testi filosofici cinesi, nel “Discorso sull’uniformità delle creature”, c’è un passaggio che dice:

“Come posso sapere se l’amore per la vita non sia una illusione? Come posso sapere se l’avversione per la morte non sia il sentimento di un bimbo smarrito, che non sappia tornare a casa?”

E ancora:

“Come posso sapere se il defunto non si è pentito di aver prima bramato la vita?”

“La vita è un germogliare, la morte è un tornare a casa. L’inizio e la fine tornano entrambi all’elemento che è privo di princìpi eppure nessuno sa in che modo il processo si estinguerà.”

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Il Giornale dello Yoga
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About The Author

Scrittore, e giornalista dal 2008.
Insegnante di yoga e meditazione.
Master di campane tibetane.
Organizza ritiri yoga nel deserto.
Vive e lavora a Milano.

I suoi siti:
www.vibrazioniyoga.it
www.dejanirabada.com

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