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Maestro, chi sono io? – Dalla voce delle Upaniṣad

Maestro, chi sono io? – Dalla voce delle Upaniṣad

La corda e il serpente

Una delle immagini classiche che il grande Maestro dell’antichità Śankara utilizza spesso, commentando il Vedānta-Darśana (ossia la parte finale, la visione più specificatamente metafisica dei Veda), è quella “della corda e del serpente”.

Secondo il filosofo metafisico, la “realtà” che noi esseri umani conosciamo ed in cui viviamo è costituita di māyā, ossia di un insieme di manifestazioni presenti nel mondo creaturale, fatto di “nomi e di forme”, come direbbe Śaṅkara, ‘vere’ tuttavia solo in apparenza poichè inautentiche, inconsistenti ed ingannevoli, che ci fanno vivere illusoriamente sempre in una sorta di sogno, gettandoci in una condizione di avidyā, ossia di nescenza, di ignoranza,  in cui, appunto, preda delle nostre debolezze, delle nostre illusioni, delle nostre proiezioni e delle nostre elucubrazioni mentali, finiamo con lo scambiare e prendere per serpente quella che invece è una semplice corda posata per terra, davanti ai nostri occhi.

A ben vedere, è la percezione stessa dei nostri cinque sensi e della nostra mente cosiddetta ‘ordinaria’ (manas), unitamente alle afflizioni (i cosiddetti kleśa) che si generano e si espandono nell’ignoranza della ‘non conoscenza’ di ciò che è ‘vero’, a trarci in questo ‘grande inganno’ ed errore di giudizio. Perchè la nostra mente ordinaria, che registra le nostre sensazioni ed emozioni e che dovrebbe per sua natura  semplicemente organizzare al meglio il nostro vivere quotidiano, finisce poi invece con il farci vedere la vita in modo falsato e non vedere, invece, ciò che si cela ‘oltre’ la ‘realtà’ apparente, ciò che essa nasconde e che mentalmente sfugge alla nostra percezione, sensitiva e mentale.

Inoltre, spesso capita anche che in diversi momenti, proprio per via della molteplicità di percezioni sensoriali, di vedute, di interpretazioni e di fantasie mentali, a seconda di ‘come’ veniamo appunto condizionati, benché la corda sia sempre tale, finiamo con l’immaginare altri oggetti dalla stessa, oltre il fatto che possa essere, appunto, un serpente. Ma la corda, osserva Śankara, è sempre una corda ed è sempre la medesima: è la nostra mente invece che si modifica ‘fluttuando’ in continuazione, con il suo ‘chiacchiericcio mentale’ e le sue false convinzioni e credenze.

Corda Serpente

Il velo di māyā

Noi quindi, preda delle nostre percezioni sensoriali e della nostra mente ordinaria, è come se vivessimo addormentati e, assieme al mondo, in questa dimensione falsata,  risultiamo costituiti di una realtà molteplice, sovrapposta, spesso contraddittoria che  dobbiamo oltrepassare e discernere, per identificare, attraverso viveka (il nostro appunto discernimento intellettivo), il vero volto delle cose che si trova ‘oltre’ l’apparente reale. Secondo il pensiero metafisico indiano, infatti, la ‘realtà’, come etimologicamente il suo termine occidentale ci dice, è costituita di ‘res‘, di ‘cose’ cioè di un mondo meramente fatto, appunto, di ‘nomi e di forme’, che sono tuttavia ‘vere’ solo in apparenza.

In altri termini, per l’India la Verità non coincide con la realtà che viviamo, benchè al contrario la nosta mente ordinaria ci faccia vedere e pensare questo.

Secondo gli antichi Maestri della Tradizione vedica  e vedantica, attraverso la pratica dello yoga  tutti possono essere ‘risvegliati’ alla Verità, passando dal conoscere e vivere la ‘realtà’ solo apparente al conoscere e vivere ciò che veramente si cela, appunto, ‘oltre’ il cosiddetto “velo di māyā” percepito dalla nostra mente ‘ordinaria’.

A ben vedere in questo modo e sotto questo profilo lo yoga viene ad essere proprio, come lo definisce il Maestro e antico saggio Patañjali, “citta vṛttinirodhaḥ” ossia “acquietamento, neutralizzazione, arresto delle modificazioni mentali” o, per meglio dire, “delle fluttuazioni del ‘vortice mentale’ “,  totalmente immerso nella māyā.

Maya Ilusione

L’ azione di discernimento e dunque di ‘risveglio’ interiore è possibile in ogni essere umano attraverso la buddhi, l’ ‘intelletto discriminatore’ ubicato, come noto, al centro tra le sopracciglia, in ājña-cakra (‘cerchio del potere illimitato’ ‘del comando’ detto anche ‘terzo occhio’), ossia il centro energetico che, per il pensiero metafisico indiano, totalmente ‘altro’ dalla mente ordinaria (manas), è appunto in grado di distinguere, nelle cose create (ossia in quell’insieme di manifestazione materiali presenti in natura -definito dall’India come Prakṛti– legate a specifiche qualità o attributi delle cose esistenti -detti guṇa-), “l’anima energetica causale, vitale e sostanziale del mondo” (il cosiddetto Puruṣa), che è avviluppata in esse in qualità di loro essenza ma che, tuttavia, sostanzialmente, come vedremo meglio di seguito, medesimamente le trascende.

Puruṣa rappresenta dunque l’essenza del divino presente nelle cose, ‘l’anima del mondo’, come analogicamente le definirebbe Platone, percepibile dalla nostra discriminazione intellettiva. Puruṣa è dunque lo ‘spirito vivente essenziale’ della  Prakṛti, ossia della ‘materia esistente in natura’, che lo yoga ci permette di identificare.

Krishna e Mayasura

Aletheia, la Verità ‘oltre’ māyā

Di là della māyā, costituita da molteplici “nomi e forme”, esiste dunque ‘qualcos’altro’ che può essere scoperto in termini di  “Verità” (Sat),  analogicamente nel suo antico intendimento greco di Aletheia, ossia di ‘ciò che toglie il velo’, che ‘scopre’, che ‘rivela’  appunto.

La Verità è a ben vedere l’essenza divina stessa del Puruṣa che, presente nelle cose,  traspare ‘oltre’ il velo di māyā illusorio e che di fatto qualifica essenzialmente e sostanzialmente le stesse cose esistenti in natura.

Del resto, tutte le civiltà del mondo, come recita un passo del Ṛg Veda (l’opera costituita dagli antichissimi “Inni della conoscenza”), sono sempre andate alla ricerca ed hanno scoperto tale “Verità” nascosta, chiamata dalle differenti civiltà con diversi nomi ma ‘unica’ nella sua essenza sostanziale e nelle sue caratteristiche: “ekam sat viprā bahudhā vadanti” (“esiste solo una Verità ma i saggi la chiamano con diversi nomi”).

Questa ‘essenza’ di origine divina, di là delle sue espressioni materiali,  è sempre identica a se stessa, non varia nello spazio e nel tempo ed è onnipresente in tutte le cose presenti, passate e future. La sua onnipresenza nel mondo fa sì che, come sostiene bene Śaṅkara, non esista affatto dualità, distinzione cioè tra materia e spirito: infatti, ‘lo spirito vivente nelle cose’, il Puruṣa, raffigurato anche dal suono impronunciabile (akṣara) della Oṁ presente come sostrato vibrazionale in ogni oggetto del creato,  è la vera “Realtà” alla quale tutti noi dobbiamo ‘risvegliarci’ (“Oṁ tat sat“, ossia “Quello è la Realtà”, recita un ‘grande detto’ –mahāvakya- contenuto nelle Upaniṣad).

“Esso”, come dicevamo, è sempre identico a se stesso in tutte le cose ed è consustanziale con lo stesso Essere divino (Brahman, per il Vedānta) che lo ha posto in essere e di cui, a ben vedere, anche la nostra essenza individuale, il nostro cioè sè interiore, ne rappresenta una ‘goccia’ (“Ayamātmā Brahma“, “Questo sè è il Brahman” recita a tal proposito ancora un altro ‘Grande detto” delle Upaniṣad).

Questo sè è il Brahman

Maestro, chi sono io?

Entro questa visione ‘monistica’, speculata filosificamente e sostenuta a gran voce dall’Advaita Vedānta di Śaṅkara che, appunto, rifiuta la dualità e la separazione tra i due ambiti materiale e spirituale e sostiene allo stesso tempo la consustanzialità tra ātman (l’essere individuale presente come spirito vivente nel soggetto umano specifico) e Brahman (l’Essere universale presente come spirito vivente in ogni cosa),  viene evidenziato dunque che l’essere umano, come recita un altro ‘grande detto’ delle Upaniṣad, abbia  una ‘natura divina’ e che la sua essenza coincida con quella del suo creatore: “Ahambrahmāsmi“, “Io sono Brahman”.

Pertanto, similmente alle cose esistenti nel mondo e alla loro distinzione in materia (prakṛti) e spirito (puruṣa), anche in noi è possibile effettuare, mediante lo yoga, la distinzione discriminativa tra il materiale (che triplicemente è ‘grossolano’, ‘sottile’ e ‘causale’ e che viene raffigurato dai nostri cosiddetti “involucri” –kośa-,)  e il nostro ‘spirito vivente’ (che in essi è conglobato, li anima e, allo stesso tempo, li trascende -il jīva-ātman, appunto-).

Neti Neti

Śaṅkara a tal proposito nella sua opera Vivekacūḍāmaṇi evidenzia bene ed ampiamente che noi tutti ‘abbiamo’ un corpo (anna)  ma ‘non siamo’ questo corpo (annamaya-kośa); ‘abbiamo’ un’energia vitale (prāna) ma ‘non siamo’ questa energia vitale (prānamaya-kośa); ‘abbiamo’ una mente (manas) ma ‘non siamo’ questa mente (manomaya-kośa); ‘abbiamo’ un intelletto (vijñāna) ma ‘non siamo’ questo intelletto (vijñānamaya-kośa); ‘abbiamo’ un senso di beatitudine profonda (ānanda) ma ‘non siamo’ questa beatitudine profonda (ānandamaya-kośa). Questo perchè tali involucri sono  tutti elementi materiali, appartengono cioè alla “realtà” delle cose fatte appunto di ‘nomi e forme’ (la prakṛti) e per questo motivo alla māyā illusoria e apparente che le governa: essi, ancora per questo motivo, sono tutti elementi relativi, molteplici e soggetti alla mutevolezza dello spazio e del tempo.

Come si diceva per il lo ‘spirito vivente delle cose’ (puruṣa) noi dunque “abbiamo” una ‘realtà materiale’ (la prakṛti dei kośa, appunto) ma la Verità è che, appunto, “non siamo” tale ‘realtà materiale’. Ciò ci fa comprendere che esiste allora una molteplicità di elementi di cui siamo personalmente costituiti e che, in termini di nomi e di forme, costituiscono e differenziano tutti gli esseri umani,  ma ci fa anche capire che esiste ‘qualcos’altro’ che si trova, essenzialmente, entro e di là di tale mutevole mondo: è questo qualcos’altro che ci qualifica nel nostro stato di “essere” imperituro, permanente, assoluto e la sua conoscenza non può passare che attraverso la pratica dello yoga.

Ramayana

La tua vera essenza

Ad certo punto del percorso yogico il Maestro deve allora necessariamente rispondere alla domanda topica che l’allievo, direttamente o indirettamente (e inconsapevolmente), avanzando nella sua pratica yogica, gli pone: Maestro, chi sono io, qual è la mia vera essenza?

E il Maestro, citandogli ancora un altro grande detto, il più famoso, per grado di importanza, delle antiche Upaniṣad, gli risponde: “Tat tvam asi“, “tu sei Quello”.

Ma chi o cosa è “Quello”?

“Quello”, continua il Maestro, è il tuo fondamento; “Quello” è la tua vera essenza costitutiva; “Quello” è il principio e il fine del tuo essere qui.

Tuttavia, per specularlo filosoficamente, occorre indagare l’essenza stessa di Brahman (il divino) di cui “Quello”, come si diceva, è essenzialmente e consustanzialmente costituito: “Prajñānambrahma“, ossia “Brahman è conoscenza”, recita ancora l’ultimo  “Grande detto” delle Upaniṣad.

Il Brahmasūtra di Bādarāyaṇa, a tal proposito, distingue il Brahman Saguṇa,  ossia il  Divino “con attributi” che possiamo conoscere e sperimentare, in altri termini lo ‘spirito vivente’ presente nelle cose create (Puruṣa), dal Brahman Nirguṇa, il  Divino che invece ha creato tutte le cose stesse ma che ad esse non si riduce totalmente, trascendendole tutte.

E di quest’ultimo, ci dice ancora il Maestro, in quanto trascendente, inconoscibile, impensabile e intrascrivibile con concetti o parole, legati come sono al ‘mondo dei nomi e delle forme’, noi possiamo solo dire ciò che “Esso” non è, utilizzando la tecnica discorsiva del “neti neti” (“nè questo, ne quello”).

Yoga

Allo stesso modo e analogicamente, possiamo altresì distinguere tra ātman, ossia la consustanza di Brahman Nirguṇa non conoscibile da noi, e Draṣṭṛ o Sākṣin, “l’osservatore silenzioso” della nostra coscienza. Come di Brahman possiamo fare esperienza attraverso lo ‘spirito vivente’ nelle cose, così dell’ātman possiamo fare esperienza, appunto, attraverso ‘l’osservatore silenzioso della coscienza’ che dobbiamo riscoprire dentro di noi.

E “Quello”, ci dice infine il Maestro,  a ben vedere è il fondamento dello yoga stesso: “Esso”,  infatti, è ciò che tutti possiamo sperimentare con la pratica, poichè ‘yoga’ alfine, non significa altro e nient’altro che questo: incontrare noi stessi, il nostro sè interiore.  Hari Oṁ

Bibliografia:

  • Sadānanda, L’essenza del Vedānta (Vedāntasāra), Ed. Āśram Vidyā, Roma 1987;
  • S. Piano, Enciclopedia dello yoga, Ed. Magnanelli , Torino 1996;
  • Raphael, Tat tvam asi. Tu sei Quello,  Ed.,  Āśram Vidyā, Roma 2001;
  • Śaṅkara, Vivekacūḍāmaṇi (a cura di Raphael), Ed.  Āśram Vidyā, Roma 2004;
  • Bādarāyaṇa, Brahmasūtra (a cura di Raphael),  Ed. Āśram Vidyā, Roma 2005;
  • Patañjali, Yoga Sūtra (a cura di P.Scarabelli-M.Vinti), Ed. Mimesis, Milano 2009;
  • Raphael (a cura di), Upaniṣad, Ed. Bompiani, Milano 2010;
  • P.K.Devi, Le 108 Upanishad, Ed. Amazon, Leipzig 2012.
  • G. Di Salvatore, Alla ricerca del “sé”. Riflessioni sulla “Parabola del carro” delle Upaniṣad e sul “Mito della biga alata” di Platone, da una lettura di Simone Weil, in “Metabasis”, anno VIII, n°16, 2013, pp.72-106;
  • G. Di Salvatore, Haṃsa: l’oca selvatica, simbolo della suprema discriminazione, in “Heilopolis”, anno 12, n°1, 2014, pp.131-154;
  • G. Di Salvatore, La Verità nella “Tradizione” e l’esperienza di partecipazione all’Essere, tra Oriente e Occidente, in Svāmi Sūryānanda Sarasvatī, Apprendere dal passato, vivere il presente e prepararsi al futuro, SpazioAttivo ed., Vicenza 2014, pp. 17-77.
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Maestro, chi sono io? - Dalla voce delle Upaniṣad
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Maestro, chi sono io? - Dalla voce delle Upaniṣad
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Nell'Advaita Vedānta di Śaṅkara viene evidenziato che l’essere umano abbia una 'natura divina’ e che la sua essenza coincida con del suo creatore: “Ahambrahmāsmi“, “Io sono Brahman”
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Il Giornale dello Yoga

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Graziella Sarasvatī Di Salvatore è insegnante qualificato (Yoga Śiromaṇi) di Yoga Tradizionale, membro-insegnante dell’European Yoga Federation ed allieva di Svāmi Sūryānanda Sarasvatī Amadio Bianchi.

Ex docente universitario, iniziata dal suo Maestro con il nome di Sarasvatī, è studiosa del Vedanta che divulga e commenta come relatrice in giornate di studio e convegni e scrive in articoli e saggi.
Il mio sito: Centro Yoga Namaste

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