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L’assurdità della vita: esistenzialisti europei e orientali a confronto

L’assurdità della vita: esistenzialisti europei e orientali a confronto

Che cos’hanno in comune l’esistenzialismo occidentale e le filosofie e religioni orientali? Una cosa su tutte: per entrambi, la vita è dolore.

Cos’è l’esistenzialismo? Vi cito Wikipedia e faccio prima, ci vorrebbe un trattato solo per parlare di questo:

“L’esistenzialismo è una variegata e non omogenea corrente di pensiero che si è espressa in vari ambiti culturali e sociali umani, tra filosofia, letteratura, arti e costume, affermando, nell’accezione più comune del termine, il valore intrinseco dell’esistenza umana individuale e collettiva come nucleo di riflessione, in opposizione ad altre correnti e principi filosofici. Nato tra il XVIII e il XIX secolo, trovando ampio sviluppo nel XX secolo, diffondendosi e affermandosi principalmente tra la fine degli anni venti e i cinquanta, esso insiste sul valore specifico dell’individuo e sul suo carattere precario e finito, sull’insensatezza, l’assurdo, il vuoto che caratterizzano la condizione dell’uomo moderno, oltre che sulla «solitudine di fronte alla morte» in un mondo che è diventato completamente estraneo oppure ostile. Esso nasce in opposizione all’idealismo, al positivismo e al razionalismo, assumendo in alcuni rappresentanti un’accentuazione religiosa, in altri un carattere umanistico e mondano, sia pessimista sia ottimista, collegandosi dunque in diversi aspetti all’irrazionalismo e influenzando numerose altre filosofie parallele e successive.”

Chi sono i più grandi esponenti di questa corrente filosofica? Kierkegaard, Dostoevskij, Schopenhauer, Jaspers, Leopardi, Nietzsche, Sartre, Camus, e tanti altri.

Che sappiate qualcosa sull’induismo e il buddismo, invece, lo do per scontato, dai! Altrimenti che yogi siete! E comunque ne parlerò. Ma ora andiamo avanti.

IL SENSO DELLA VITA

Già, qui sta il problema. C’è un senso? E se sì quale sarebbe? Gli esistenzialisti si sono dati una risposta: no, non c’è nessun senso, ma soprattutto, ognuno è fautore del proprio destino perché non c’è neanche Dio.

Per gli orientali è diverso: non si va tanto in cerca di un senso, perché l’obiettivo è per tutti interrompere il ciclo delle rinascite, sia per l’ateo sistema buddista, sia per l’induismo, che ambisce al ricongiungimento con l’Assoluto.

L’esistenzialismo si diffuse in un momento storico di grande malessere, un po’ come in oriente, dove pare che la concezione della vita da parte degli induisti fu influenzata dai cambiamenti nello stile di vita, dal processo di urbanizzazione, dall’incombere di malattie epidemiche che iniziarono a diffondersi nei primi centri urbani.

La vita è dolore, sofferenza, e l’esistenzialismo professa la riflessione sull’io di fronte al mondo: siamo soli, inutili, precari, esseri con una data di scadenza, e la cosa suona alquanto assurda.

Tanto amore nei confronti della vita, dei nostri cari, delle nostre passioni, per poi morire e non esistere mai più. Perché? È questo il dilemma, la domanda che attanaglia tutti dall’inizio dei tempi.

E allora come fare? Tanto vale suicidarsi. Alcuni scelgono questa via, ma sia in occidente sia in oriente, si è trovato un modo per mandare avanti le proprie vite.

L’induismo ha trovato un mezzo che conosciamo molto bene: lo yoga, e il sistema filosofico del Samkhya.

Per alleviare le sofferenze della vita è stato inventato il controllo della mente, dei pensieri, il raggiungimento del Samādhi, per capire che tutto è emanazione divina, tutto è Uno, e noi siamo solo propagazione dell’Assoluto che è già in noi.
Addirittura per i buddisti il mondo è visto come Maya, illusione della nostra coscienza. La realtà oggettiva non è che una proiezione della nostra psiche.

Il Grande Veicolo, o Mahāyāna, insegna che l’unico strumento per superare il dolore dell’esistenza è il nostro pensiero, le forze manifeste e latenti della psiche, e il nostro organismo fisico, il corpo.  Bisogna cercare di trasformare il nostro corpo, peribile, corrotto e oscuro, in un corpo incorruttibile, luminoso ed eterno, meditando sulla gnosi e la compassione.

Citando le prime quattro stanze di Vasubandhu:

Tutto quello che vediamo non è altro che coscienza. Gli oggetti sono infatti apparenze e in realtà non esistono.”

Vasubandhu

Filosofo

IL DESIDERIO

Per l’antropologo Renè Girard, è il desiderio a renderci schiavi. L’obiettivo quindi è arrivare a non desiderare, proprio come professavano i saggi dell’antichità in oriente e i santi del cristianesimo. Ma una vita senza desiderio spaventa la maggior parte delle persone.

La soluzione la trova l’esistenzialismo: si può vivere la propria vita senza rinunciare a nulla, ma in una sorta di sonnambulismo, d’indifferenza diffusa, d’intorpidimento dei sensi, che però non ha nulla a che fare con quello che intendevano le religioni.

Bisogna perdere la curiosità nei confronti della vita, che sia totale o parziale.

Il protagonista del famosissimo libro “La nausea”, Jean Paul Sartre, narra, per l’appunto, di una “nausea” che in realtà è una specie di stato di grazia indifferente dove anche “l’avventura” diventa un desiderio esotico che delude sempre. I desideri sono limitati, finiti, e senza avvenire.

Nell’esistenzialismo c’è una sorta di noncuranza che fa compiere azioni solo per capriccio, e non per desiderio. E l’alcolismo, la tossicodipendenza e il masochismo, diventano mezzi per fare del nulla il proprio tutto, il proprio dio. Bisogna adorare il nulla, solo così lo spirito può elevarsi.

E qui andiamo in contraddizione con il buddismo che quando parla di vuoto non intende il nulla, anzi, bisogna stare ben attenti a non confondere il vuoto con il nichilismo assoluto che riguarda, invece, l’esistenzialismo più esasperato.

Per Girard l’uomo è sempre in cerca dell’autonomia divina. Fondare tutta la propria esistenza sul nulla significa trasformare l’impotenza in onnipotenza. L’orgoglio è tutto, e per l’uomo moderno diventa una vocazione.

Ma rinunciando all’ingannevole divinità dell’orgoglio, ci si libera della schiavitù e si può arrivare a possedere la verità della propria infelicità.

L’uomo deve accettare di avere limiti, di avere una fine, di essere nient’altro che umano e non divino.”

L’uomo insegue l’immortalità, e continua a cercare Dio fuori di sé e non in sé, errore da cui mette in guardia anche il Tantra: noi siamo Uno, siamo in totale fusione con l’Assoluto, la Coscienza, non c’è nulla da cercare e da comprendere fuori da noi.

Kirillov, il personaggio de “I Demoni” di Dostoevskij, cerca il suicidio per arrivare a possedersi, per desiderarsi morto e mortale, per “essere” nella morte. Desidera il nulla per appartenere solo a se’ stesso. Uccidendosi, e dimostrando di non temere la morte, vuole vincere il suo duello con Dio. E’ la morte che spesso ci fa aggrappare al bisogno del divino; vinta questa paura atavica, non c’è più bisogno di Dio ed Egli non ha più controllo e potere su di noi.

Spesso ci si uccide per paura della morte e per il fatto di non riuscire ad accettare la propria finitezza. Si diventa autodistruttivi perché non si è Dio e si cerca il sacro in tutto ciò che minaccia la vita, in ciò che contrasta lo spirito. Il masochista arriva a provare per le persone che “gli vogliono bene”, lo stesso disprezzo che prova per se stesso. L’adorazione della vita può condurre alla sua negazione e portare a credere che la morte sia il senso della vita.

“L’autodivinizzazione coincide con l’autodistruzione.”

La rinuncia a ogni fremito, a ogni movimento dell’anima e del corpo, la rinuncia all’azione, porta alla fine alla trasformazione dell’individuo in niente più che un minerale.

In occidente questo non è visto come positivo, ma come una rinuncia alla vita, mentre in oriente la vita è considerata più dolore che altro, una fase di passaggio, da attraversare. La vera ambizione è impedire le continue rinascite che non sono viste come positive, ma anzi, come cosa da cui liberarsi. Il pensiero orientale è esattamente all’opposto di quello occidentale. Per noi la vita è un valore inestimabile, un dono da conservare e di cui fare tesoro (tranne che per gli esistenzialisti). Facciamo di tutto per vivere il più a lungo possibile e in salute, che ci sia o meno un Dio ad attenderci dopo la morte.

Quello che accomuna l’esistenzialismo e il pensiero orientale è comunque una rinuncia alle passioni, anche se nel primo caso la rinuncia avviene perché non si crede in Dio e si pensa che non ci sia proprio un bel niente dopo la morte. Allora tanto vale lasciarsi vivere, non partecipare in prima persona, far sì che le cose accadano, brutte o belle che siano, facendosi scivolare gli avvenimenti addosso con indifferenza e una buona dose di cinismo.

Nel caso degli orientali, invece, nel loro modo di vivere la vita in maniera un po’ indifferente, si pone il più grande degli obiettivi: la vita eterna nell’Assoluto. Tutta l’esistenza è orientata verso Dio, ogni azione, ogni pensiero, per trovare l’immortalità nella luce.

La vita resta comunque per entrambi poco più che un’attesa della morte: per gli uni un’assurdità, per gli altri qualcosa di cui liberarsi in vista dell’eternità.

“Purificati. Medita. Scopri la divinità. Questo è il tuo più alto dovere”.

Swami Sivananda

Guru

L’ASSURDITÀ DELLA VITA

E allora cosa ci resta da fare? Come vivere la nostra vita? Ciò dipende da tante cose, prima di tutto se si crede in Dio oppure no. Avere fede elimina una grande quantità di domande, turbamenti e disagio.

E per chi non crede in Dio? Forse, come scriveva Albert Camus, uno dei più grandi scrittori e saggisti del ‘900, non resta che accettare l’assurdità della vita.

Bisogna puntare sulla quantità, dato che la morte non si può sconfiggere. Bisogna augurarsi di vivere a lungo e di fare più esperienze possibili.

“Una morte prematura è irreparabile.”

Accettare l’assurdità della vita e del morire, vuol dire anche per lui vivere con pacata indifferenza. Quello di Camus non è vero cinismo, è rivolta, accettazione dell’essere nient’altro che condannati a morte e prendere atto della nostra condizione.

Ne “Il Mito di Sisifo” Camus immagina Sisifo felice, nonostante sia costretto in eterno a portare su e giù la sua pietra senza motivo, perché il suo destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Il destino è questione di uomini e non di Dio. Bisogna dare un valore a quello che si fa, solo per il fatto di essere in vita, perché non c’è altrove o, se c’è, comunque non ci riguarda.

La vita è qui e ora. Tutto è bene. L’universo è senza padrone e, per Sisifo, nulla è sterile e futile. La montagna che risale, la terra, la roccia, la lotta verso la cima: quello è il suo mondo, ed è abbastanza a riempirgli il cuore.

L’uomo cosciente dell’assurdità del morire non pensa più all’avvenire, e un ragazzo non si augura più di diventare presto grande, perché nell’avvenire c’è il trapasso. È bene allora vivere il proprio presente godendone il più possibile.

La routine della vita continua senza intoppi fino al momento in cui non ci si ferma a chiedersi: “Perché?”. In quel momento comincia la stanchezza, che sta al termine di una vita automatica.

A questo punto l’uomo può scegliere di uccidersi o ristabilirsi. Ma prendere coscienza dell’essersi chiesti perché, ascoltare la propria inquietudine, in realtà, è già un passo verso l’accettazione, e la rivolta positiva.

Il suicidio non è una via giusta, è arrendersi. La vita va vissuta, anche se non dovesse avere un senso, accettando pienamente questo destino. Vivere è realizzare l’assurdo. Vivere è una sfida. Vivere comunque, anche se la morte è il nostro aguzzino che attende implacabile di condannarci.

Anche Camus si stupisce del fatto che tutti vivano come se nessuno “sapesse” che si muore, un po’ come Yudhisthira nel Mahābhārata:

“Giorno dopo giorno, ora dopo ora, gli uomini muoiono e i loro cadaveri sono portati via. I vivi osservano, eppure non pensano che un giorno o l’altro anch’essi moriranno. Credono invece di vivere pe sempre. È questa la cosa più stupefacente al mondo.”

Quello che siamo oggi non saremo più, anche se dovessimo dare retta alle religioni. Questa vita è unica, anche se ci fosse Dio o se la Coscienza dovesse sopravviverci. Questa è la vera consapevolezza che può accumunare un ateo come Camus a qualunque fervente religioso.

Perché vale la pena obbedire all’istinto che ci spinge a vivere anche solo per l’arte, la musica, l’amore, la ragione, la danza, la virtù, lo spirito, qualcosa di raffinato, folle o divino, come scriveva Nietzsche.

In fondo, anche il pensiero orientale insegna che si può scegliere contro il mondo. Ma quando la negazione del mondo si esercita con rigore, in certe scuole vediche si giunge spesso all’indifferenza delle opere. Anche le religioni e le filosofie orientali educano al distacco.

CONCLUSIONI

Ognuno, nel corso dei millenni, ha cercato un modo per dare un senso all’assurdità della vita, non riuscendo ad acconsentire che una vita superiore può significare un’altra vita. Magari c’è, ma non sarà questa vita, sarà un’altra cosa, diversa, che forse non si può definire neanche vita, perché non è il termine adatto trattandosi di altro.

Difficile abbandonare una vita che appaga, nulla è peggiore che perderla. L’estrema fine è degna di disprezzo. L’uomo è fine a se stesso, ed è anche il suo solo fine. Se vuol essere qualcosa deve esserlo in questa vita, come scrive sempre Camus.

Ovvio che chi non crede in Dio, chi non crede che la felicità stia esclusivamente nell’armonia con il grande tutto, e chi non riesce ad accettare l’assurdo, è destinato a infelicità certa.

Insomma, forse, non ci resta davvero altro che accettarla quest’assurdità, che si creda o meno in Dio. Non rimane, quindi, che augurarci un’unica cosa, proprio come si augurava anche Camus: vivere a lungo, nel miglior modo possibile.

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Classe 1984, Dejanira è una scrittrice, giornalista da dieci anni (pubblicista dal 2011), e direttore editoriale del sito di musica e intrattenimento www.jaymag.it.

Ha pubblicato il suo primo romanzo “Il silenzio di ieri” con la casa editrice Koi Press, disponibile su Amazon e su tutte le piattaforme digitali. Pratica e insegna yoga e meditazione, è operatrice di campane tibetane per massaggi sonori e meditazioni e organizza ritiri yoga nel deserto. Vive e lavora a Milano.

I suoi siti:
www.vibrazioniyoga.it
www.dejanirabada.com

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